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GLI AVVERSARI
Qui si dimostra che se non ci fossero bisognerebbe inventarli e mai come in questo caso la massima è valida. Il rugbysta ha il culto dell’avversario, che è spesso mitizzato, ingigantito ma gettato giù dal piedistallo ogni volta che si può. Riportato sulla terra, l’idolo non fa più paura e il gioco continua all’infinito. Chiamatele rivalità o come più vi piace. Il fatto è che il rugbysta ha le sue antipatie e le sue incondizionate simpatie per questa o quella compagine. Però, giocando, rende onore a tutti, senza distinzione. Chi lotta per una meta sa bene che se non c’è chi gli si oppone, non c’è alcuna ragione di correre e affannarsi. Niente confronto, niente scontro, niente consapevolezza di sè e di ciò che da sé si può ottenere. Niente divertimento. Niente di niente.
Accade pertanto che l’avversario sia energicamente fronteggiato sul campo, ma coccolato fuori con analoga intensità. Sarà per questo che anche tra bambini, allenatori, dirigenti e genitori ci si conosce e ci si vuole bene un po’ tutti, a prescindere se uno è nato a Milano, Brescia, Viadana, Piacenza, Padova, Roma, L’Aquila, Catania o in qualunque angolo di mondo dove rotoli una palla storta. Sarà pure scontato dire che quella del rugby è una grande famiglia. Però è vero.